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Perché il car sharing cresce ma sparisce dalle città medio-piccole italiane?

Analisi delle ragioni economiche, operative e territoriali che spiegano la crescita del car sharing in Italia e la sua ritirata dalle città medio-piccole

Perché il car sharing cresce ma sparisce dalle città medio-piccole: analisi 2026
diRedazione

Il car sharing in Italia cresce nei numeri d’uso ma arretra nella presenza territoriale, soprattutto fuori dai grandi poli urbani. In questo articolo analizziamo perché la domanda aumenta mentre i servizi spariscono dalle città medio-piccole, quali fattori economici e operativi pesano sui conti degli operatori e quali modelli potrebbero funzionare nei contesti meno densi. Così puoi evitare l’errore di leggere il fenomeno solo come “mancanza di domanda”, ignorando i veri vincoli industriali e regolatori.

Domanda in aumento, operatori in ritirata: il paradosso del car sharing italiano

Il paradosso del car sharing italiano è che la domanda di mobilità condivisa continua a crescere, mentre l’offerta di servizi si riduce e si concentra. I rapporti nazionali sulla sharing mobility descrivono un comparto maturo, con milioni di noleggi annui e flotte sempre più elettrificate, ma con un numero di operatori e di servizi in calo e una copertura territoriale disomogenea. Questo significa che gli utenti che vorrebbero usare il car sharing spesso non trovano più un servizio attivo nella propria città, soprattutto se vivono in centri medio-piccoli.

Per capire questo apparente controsenso bisogna distinguere tra “successo d’uso” e “sostenibilità economica”. Un servizio può avere un buon tasso di utilizzo per veicolo ma non reggere i costi fissi, i rischi operativi e gli investimenti tecnologici richiesti. È ciò che è accaduto a diversi operatori che hanno ridimensionato o chiuso attività in Italia, dopo una fase iniziale di espansione. Le esperienze di player come car2go e Enjoy, raccontate anche nei nostri approfondimenti su car2go e la geografia sbilanciata dei servizi, mostrano come il mercato premi solo alcuni contesti urbani.

Se un Comune medio-piccolo guarda solo ai numeri nazionali, può pensare che il car sharing sia “automaticamente” replicabile ovunque. In realtà, se non si creano condizioni minime di densità d’uso, infrastrutture e regole favorevoli, il rischio è di vedere un servizio partire in pompa magna e poi spegnersi nel giro di pochi anni. Per questo, quando si valuta l’introduzione del car sharing, è essenziale chiedersi non solo “quanti utenti potenziali ho?”, ma anche “quale modello di servizio è sostenibile qui e con quali strumenti di supporto pubblico?”.

Perché il car sharing resta concentrato tra Roma e Milano

Il motivo per cui il car sharing resta concentrato tra Roma e Milano è che queste città offrono la combinazione più favorevole di densità abitativa, domanda di spostamenti, presenza di ZTL e costi di possesso dell’auto privata. In contesti così densi, ogni veicolo in sharing può effettuare molti noleggi al giorno, riducendo il tempo “a vuoto” e spalmando i costi fissi su un numero elevato di corse. Inoltre, la pressione su parcheggi e traffico rende più attraente rinunciare all’auto di proprietà, alimentando un circolo virtuoso per i servizi di mobilità condivisa.

Roma e Milano, insieme ad altri pochi grandi centri, generano una quota molto rilevante dei noleggi nazionali, come riportato dalle sintesi dei rapporti sulla sharing mobility disponibili sul sito dell’Osservatorio Nazionale Sharing Mobility. Questo non significa che il car sharing non possa funzionare altrove, ma che gli operatori, dovendo scegliere dove investire flotte e tecnologia, privilegiano i mercati dove il tasso di utilizzo per veicolo è più alto e il rischio economico minore. Se un’auto in sharing in una grande città viene noleggiata molte volte al giorno, mentre in un centro medio-piccolo resta ferma per ore, il modello di business tende inevitabilmente a concentrarsi nei poli maggiori.

Un altro elemento chiave è il supporto regolatorio. In città come Milano, le amministrazioni hanno spesso concesso agevolazioni su sosta, accesso alle ZTL e corsie preferenziali, rendendo il servizio più competitivo rispetto all’auto privata. Non a caso, i dibattiti sulle tariffe e sulle condizioni di accesso, come quelli raccontati nell’analisi su car2go, Enjoy e le scelte del Comune di Milano, mostrano quanto le decisioni locali possano incidere sulla permanenza o sul ritiro degli operatori.

Costi fissi, vandalismi e rischio furti: cosa pesa davvero sui conti

Quando un servizio di car sharing chiude in una città medio-piccola, spesso si parla genericamente di “mancanza di domanda”. In realtà, sui conti degli operatori pesano soprattutto i costi fissi e i rischi operativi: acquisto o leasing dei veicoli, assicurazioni, manutenzione, pulizia, infrastrutture digitali, personale per il riposizionamento delle auto, oltre a vandalismi e furti. Se questi costi non vengono compensati da un numero sufficiente di noleggi per veicolo, il servizio diventa rapidamente insostenibile, anche in presenza di utenti soddisfatti.

Un capitolo a parte riguarda i danni e gli atti vandalici. Le cronache sul car sharing a Milano hanno documentato casi di vetture danneggiate, cannibalizzate o usate impropriamente, come raccontato nell’articolo sulle Smart car2go vandalizzate e cannibalizzate. Ogni episodio di questo tipo genera costi di riparazione, fermo veicolo e gestione assicurativa, che in un contesto di margini già sottili possono fare la differenza tra un servizio in pareggio e uno in perdita. Se poi il tasso di danni è più alto in alcune aree, gli operatori tendono a restringere le zone operative o a ritirarsi del tutto.

Se un Comune vuole attrarre o mantenere un servizio di car sharing, deve quindi chiedersi quali leve può attivare per ridurre questi rischi: ad esempio, accordi con la polizia locale per il controllo delle aree di sosta, campagne di sensibilizzazione sull’uso corretto dei veicoli, spazi dedicati e illuminati per il parcheggio. In assenza di queste misure, il rischio è che il servizio diventi una sorta di “bene pubblico non protetto”, esposto a usi impropri che ne erodono la sostenibilità economica e spingono gli operatori a concentrare la flotta solo nelle zone più redditizie e sicure.

Perché il Sud e i centri medio-piccoli restano fuori dalla mobilità condivisa

Il Sud Italia e molti centri medio-piccoli restano ai margini della mobilità condivisa per una combinazione di fattori strutturali: minore densità urbana, redditi medi più bassi, trasporto pubblico spesso meno competitivo ma anche meno congestionato, e una cultura dell’auto privata ancora molto radicata. In queste condizioni, il car sharing fatica a raggiungere il volume di noleggi necessario per coprire i costi, mentre l’auto di proprietà continua a essere percepita come l’unica soluzione affidabile per spostarsi, soprattutto dove l’offerta di treni e autobus è limitata.

Le esperienze dei grandi operatori mostrano chiaramente questa geografia sbilanciata. Nel caso di car2go, ad esempio, la presenza si è concentrata su poche grandi città del Centro-Nord, lasciando scoperto il Mezzogiorno, come evidenziato nel nostro approfondimento su car2go e l’assenza del Sud Italia. Se un operatore valuta l’ingresso in un capoluogo medio-piccolo del Sud, deve considerare non solo la domanda potenziale, ma anche la qualità delle infrastrutture, la sicurezza, la disponibilità di parcheggi regolamentati e la presenza di politiche locali favorevoli alla riduzione del parco auto privato.

Un altro elemento critico è la mancanza di integrazione con gli altri servizi di mobilità. Se il car sharing viene introdotto come “isola” senza collegamenti con stazioni ferroviarie, nodi bus o parcheggi di interscambio, il suo ruolo nella catena degli spostamenti resta marginale. Al contrario, se un Comune medio-piccolo progetta il car sharing come estensione del trasporto pubblico – ad esempio per coprire l’ultimo miglio dalle stazioni alle aree periferiche – può creare una domanda più stabile e prevedibile, riducendo il rischio di un servizio usato solo in modo occasionale e quindi poco sostenibile.

Quali modelli di servizio possono funzionare fuori dalle grandi città

Fuori dalle grandi città, il modello di car sharing “free floating” tipico di Roma e Milano non è sempre la soluzione più adatta. In contesti meno densi possono funzionare meglio formule di station based (auto prelevate e riconsegnate in parcheggi dedicati), servizi integrati con il trasporto pubblico locale o schemi di car sharing aziendale e condominiale. Questi modelli riducono i costi di riposizionamento, migliorano il controllo sui veicoli e permettono di dimensionare la flotta in base a bacini d’utenza più circoscritti, come un quartiere, un’area industriale o un campus universitario.

Per evitare errori di impostazione, i Comuni medio-piccoli dovrebbero partire da un’analisi realistica degli spostamenti: quali sono le tratte più frequenti, in quali orari, con quali alternative disponibili. Se, ad esempio, la domanda principale è legata agli spostamenti casa-lavoro verso una zona industriale, allora un servizio di car sharing aziendale o interaziendale può essere più efficace di un free floating cittadino. Se invece il problema è l’accesso al centro storico da parte dei residenti delle frazioni, un modello station based vicino alle fermate bus o ai parcheggi scambiatori può offrire un’alternativa concreta all’auto privata.

Un ulteriore elemento da considerare è la spinta alla diffusione dell’auto elettrica. Il car sharing può essere un acceleratore importante, come mostrato dalle analisi sulle cinque spinte del car sharing per l’auto elettrica, ma solo se accompagnato da infrastrutture di ricarica adeguate e da tariffe che rendano competitivo l’uso rispetto all’auto termica. Nei centri medio-piccoli, dove le colonnine sono spesso poche e distanti, ha senso valutare flotte miste o soluzioni di ricarica dedicate ai veicoli in sharing, per evitare che la gestione energetica diventi un ulteriore fattore di fragilità del servizio.

Che cosa dovrebbero fare Comuni e Governo per non perdere il treno del car sharing

Per non perdere il treno del car sharing, Comuni e Governo dovrebbero considerare la mobilità condivisa come parte integrante delle politiche di trasporto e non come un semplice “servizio accessorio”. A livello locale, questo significa inserire il car sharing nei piani urbani della mobilità sostenibile, prevedere spazi di sosta dedicati, agevolazioni per l’accesso alle ZTL e integrazione tariffaria con il trasporto pubblico. A livello nazionale, significa definire cornici regolatorie stabili e strumenti di sostegno mirati ai contesti dove il mercato da solo non riesce a garantire la sostenibilità economica, pur in presenza di benefici ambientali e sociali.

Le analisi di scenario sulla sharing mobility mostrano che, senza uno sviluppo condiviso tra grandi città e territori minori, il rischio è di accentuare le disuguaglianze di accesso alla mobilità sostenibile. La sintesi del nono rapporto nazionale, ripresa anche da fonti come ANSA su dati Osservatorio Sharing Mobility, evidenzia come molti capoluoghi medio-piccoli siano usciti dalla mappa dei servizi. Se un’amministrazione locale non vuole trovarsi in questa situazione, deve agire in anticipo: dialogare con gli operatori, valutare forme di cofinanziamento o di riduzione dei rischi, e soprattutto costruire una domanda stabile attraverso politiche di riduzione dell’uso dell’auto privata.

Un passo concreto che un Comune può compiere è avviare progetti pilota di durata pluriennale, con obiettivi chiari di utilizzo e integrazione modale, monitorando i risultati e adattando il modello di servizio nel tempo. Se i dati mostrano che il car sharing contribuisce a ridurre il numero di auto circolanti e a migliorare l’accessibilità per categorie fragili (giovani, anziani, famiglie senza auto), allora ha senso valutare strumenti di sostegno strutturale. In caso contrario, è meglio ripensare il disegno del servizio, piuttosto che lasciare che l’ennesima esperienza di mobilità condivisa si trasformi in un’uscita silenziosa dalle città medio-piccole italiane.